ROSSETTI RAGAZZO D'ORO: "UN TALENTO PREDESTINATO"

Writer: Carlo Alberto Pazienza


A vederlo così, rilassato, in pantaloni corti e maglietta, disteso e sereno nell'ambiente a lui più familiare, non diresti mai di trovarti davanti ad un campione olimpico. Di fronte a qualcuno che ha fatto la storia del proprio paese e dello sport italiano. Ti aspetteresti piuttosto una personalità più ingombrante, che tiene, anche inconsciamente, l'atteggiamento di chi ti guarda dall'alto verso il basso, orgoglioso di portare al collo la medaglia dal metallo più prezioso. Una descrizione che non ha nulla a che vedere con Gabriele Rossetti, 21enne originario di Ponte Buggianese, che pochi giorni fa è salito sul gradino più alto del podio alle Olimpiadi di Rio2016 vincendo la finale di tiro a volo, specialità skeet. Ma oltre allo smisurato talento che si ritrova, è stata probabilmente questa sua semplicità a farlo diventare campione. Una dote che difficilmente si riscontra in ragazzi così giovani, figuriamoci in chi di fatto è il migliore del mondo nel suo sport.

Gabriele Rossetti ( a destra) mostra la medaglia d'oro. A fianco a l'editore di Must Review* Maurizio Carrara

Gabriele Rossetti ( a destra) mostra la medaglia d'oro. A fianco a l'editore di Must Review* Maurizio Carrara

Lo abbiamo incontrato proprio sul campo di tiro a volo dove da sempre si allena col padre Bruno, medaglia di bronzo nel tiro a volo alle Olimpiadi di Barcellona 92, in uno dei pochi momenti liberi che hanno caratterizzato il suo rientro fatto di feste, incontri, interviste. Ad attenderci c'era anche un amico speciale, nostro quanto di Gabriele: Maurizio Carrara, il nostro editore e insieme a noi, anima di Must Review*, tiratore di grande talento che per anni ha sparato con i Rossetti, babbo e figlio. “Conosco Gabriele da sempre, praticamente da quando, neanche dodicenne, ha iniziato a sparare qui al Tiro a Volo di Montecatini – racconta Maurizio – già allora possedeva un talento speciale per questo sport. Un talento da predestinato che ha coltivato anno dopo anno, piattello dopo piattello. Questa è una disciplina che richiede allenamento, dedizione e sacrificio. Forse anche più di altri sport. Nulla viene per caso e se Gabriele è riuscito in questa impresa è perché ha lavorato duramente in questi anni”.

D'altronde per Gabriele, figlio d'arte di un campione che oggi è commissario tecnico della nazionale francese, era inevitabile finire in pedana col fucile in braccio. “Sono cresciuto nella squadra di mio padre, dove appunto sparava anche Maurizio, coltivando la passione del tiro a volo che pratico a livelli agonistici dall'età di 12 anni. Avevo già vinto molto, sia a livello juniores che seniores, ma la medaglia d'oro alla mia prima Olimpiade è stato un sogno diventato realtà. Sono andato a Rio con l'obiettivo di dare il massimo e farmi trovare quel giorno nelle migliori condizioni possibili. Sapevo che fossi riuscito ad arrivare concentrato e sicuro me la sarei potuta giocare con chiunque”.

E il risultato, nonostante la sua Olimpiade fosse iniziata in salita, è arrivato. Qualche errore di troppo nella prima giornata, chiusa al 13° posto, sembrava poter compromettere l'accesso in finale. “Lì ho creduto fosse finita – svela Gabriele – non ero neanche arrabbiato, ero deluso di me stesso. Però non mi sono arreso, ho pensato fosse giusto provare a dare il 100% per uscire a testa alta da questa Olimpiade”. E il secondo giorno ha dato il via alla rimonta. Prima lo spareggio, poi la qualificazione la qualificazione allo shoot-out, e infine l'ultimo atto, dove ha fatto 16/16 in semifinale e 16/16 anche nella sfida per l’oro battendo lo svedese Marcus Svensson.

Ciò che rende speciale questo trionfo è che lui ha avuto poco tempo, rispetto ad altri atleti, per prepararsi a questo appuntamento – commenta Maurizio Carrara - generalmente la tappa di avvicinamento ad un olimpiade dura un anno e mezzo: Gabri ha ricevuto la notizia della convocazione solo a primavera”. Un'occasione unica, irripetibile per un atleta così giovane, che Gabriele ha sfruttato alla grande. “A livello tecnico avevo poche incertezze, sono sincero – ammette il campione olimpico – avevo già battuto il numero uno del ranking e nei mesi precedenti l'Olimpiade ho lavorato sull'aspetto mentale, immaginandomi come mi sarei sentito quel giorno. Credo che questo tipo di preparazione abbia fatto la differenza, perchè quando sono arrivato sul campo il giorno della gara mi sentivo tranquillo, mentre i miei avversari erano tesi. E sbagliavano”.

Numero uno a 21 anni, medaglia d'oro olimpica centrata alla prima occasione. Con quali stimoli e ambizioni continua la carriera di un atleta che per certi versi ha già toccato il suo apice?Sinceramente penso che nello sport, come nella vita, non si smette mai di imparare e migliorarsi. Adesso il passo successivo, che è un sogno, ma anche un vero obiettivo, è vincere ancora (all'appello mancano tre medaglie: Europeo, mondiale e una prova di Coppa del mondo) solo il grande Andrea Benelli ce l'ha fatta. E poi la cosa più importante sarà ripetersi. Ok, io ho vinto una medaglia d'oro all'Olimpiade, ma non vale una carriera intera fatta di tanti successi e trionfi. Questo è il mio vero sogno”.