Altro che Terza Repubblica, questa è la Repubblica di Young Signorino

Writer: Andrea Spadoni


In Italia vince chi perde. Altro che seconda o terza Repubblica, questa ci sembra la Repubblica di Young Signorino. Dove il dadaismo comanda e invade il rap (o meglio la Trap), ma finisce per essere anche la lingua della nostra politica. Incomprensibile e quindi, come una forma d'arte. Lo ha scritto anche il collega Ale Lippi, speaker di Radio Deejay e giornalista di Dj Mag, ma, soprattutto, toscano come noi, precisamente di Viareggio, parlando di Young Signorino, questo nuovo che avanza con il ragazzo che non canta, ma mugugna e, per restare più nell’ambiente della poesia, emette solo suoni onomatopeici a ritmo, è uno schifo? No, è un dadaista moderno. Riporto la citazione ripresa anche nell’articolo: “Prendete un giornale e un paio di forbici, scegliete un articolo e ritagliate tutte le parole che lo compongono. I ritagli ottenuti da queste parole vanno messi in un sacchetto e mescolati. A questo punto tirate fuori le parole dal sacchetto e copiatele su un foglio di carta nell’ordine in cui le avete pescate e otterrete la vostra poesia. Non vi preoccupate se le parole non hanno un legame logico: ciò che conta è che abbiate espresso la vostra creatività in modo originale”. Così ci ha detto non uno a caso o il primo passante che entra nel bar che frequenti la mattina a colazione, ma il poeta romeno Tristan Tzara, uno dei padri fondatori, appunto, del dadaismo.

Dadaismo ovunque, insomma. E’ la logica della provocazione, della rottura degli schemi. La legge di Young Signorino che funziona e vende. E vende perché è il peggiore. Si torna lì, insomma: vince chi perde. Perché, in fondo, abbiamo perso tutti. Lo scorso 4 marzo era il giorno della speranza per il popolo, il momento in cui ognuno di noi, nel cuore, o palesemente, gridavamo vendetta a un sistema che non ci aveva fatto più esprimere la nostra volontà e volevamo mettere un sigillo a qualche cambiamento, con l’unico strumento rimasto per dare un segno della nostra esistenza: il voto.

A urne appena chiuse, tutti vincitori. Chi più, chi meno: chi con le percentuali sventolate nei salotti tv, chi con la frustrazione di quei dj che sostengono di suonare musica troppo bella per un popolo bue e tamarro ed è per quello che la gente non balla alle sue serate. Il giorno dopo, tutti sconfitti e invischiati in trattative estenuanti quanto la salita dello Zoncolan, con il risultato che tutti ci dicono che sono bravi o più bravi degli altri e noi cittadini ci troviamo senza una guida. Senza, di fatto, un governo. E senza più un motivo per andare ancora a votare.

I numeri avevano dato responsi chiari: Movimento 5 Stelle e Lega i partiti che gli italiani avevano votato, il resto a fare da spettatori. C’era stata (più o meno condivisibile) una prova di governo, c’era un contratto, c’erano le maggioranze, c’erano i nomi, c’erano gli accordi, c’erano i ministri. Però le carte si sono scombinate e siamo tornati di nuovo all’inizio della salita che ora ci sembra anche più ripida di prima. Forse meglio rassegnarsi, tanto anche oggi hanno vinto tutti, anche quelli che il 4 marzo avevano perso. Difficile orientarsi e capire e decidere dove stare, mentre addirittura qualcuno ci dice che è stato fatto un attentato alla Costituzione. E poi, in fondo, che male c'è: tutto ciò che è incomprensibile è arte. E' dadaismo.